Quando lo scorso anno azzardai l’idea di “liberare” in busta paga il Tfr, l’amico Giuliano Cazzola fu tra i pochi a dibattere su quella che non ebbi il coraggio di definire una “proposta”, ma quasi una provocazione della cui bontà però ero e sono convinto. In realtà Cazzola la considerò poco più che un argomento per le conversazioni sotto l’ombrellone. Erano i giorni del vertice di Anchorage tra Putin e Trump: sembrano passati dieci anni, non uno. Certamente le attenzioni erano rivolte ai primi ruvidi segnali di quella geopolitica che avrebbe riempito, di lì a poco, le agende e le preoccupazioni di tutti. Altro che Trattamento di fine rapporto.
Dopo un anno, pochi giorni fa, ho avuto il piacere di leggere una riflessione di Marco Leonardi – che di queste cose se ne intende, molto più di me – che aggiunge buoni argomenti a quelli che mi ero permesso di suggerire.
Professore di economia all’Università di Milano e già capo dipartimento programmazione economica presso Presidenza del Consiglio dei Ministri, Leonardi è stato consigliere economico del premier nei governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Insomma, è persona “informata dei fatti” e studioso attento e competente. Ed è convinto che il Tfr in busta paga sarebbe un’ottima opportunità soprattutto per i giovani lavoratori che continuano a vedere i propri salari lontani dalla media europea. Quel 7% in più – tanto vale la trattenuta del Tfr – sarà utile alla previdenza complementare, ma sarebbe molto più opportuno lasciarlo in tasca ai lavoratori per sottrarre almeno una parte delle tentazioni di andare all’estero dove le retribuzioni sono significativamente superiori rispetto all’Italia.
Certo, il problema della busta paga – e del suo netto da incassare – non riguarda solo quel 7% di Tfr, sottratto, congelato per essere restituito al momento della quiescenza: c’è un problema di produttività e di innovazione a cui il sistema produttivo italiano non può sottrarsi; così come c’è un peso fiscale che continua a gravare sul costo del lavoro in modo imparagonabile rispetto a molti Paesi competitor dell’Italia.
Tuttavia, la riflessione di Leonardi mi sembra che non possa essere lasciata “spiaggiata” in un asfittico dibattito estivo. Dovrebbe essere inserita nell’agenda di chi governa e di chi partecipa al confronto tra le parti sociali: associazioni datoriali e organizzazioni sindacali dei lavoratori dovrebbero avere il coraggio di riconoscere che il Tfr è dei lavoratori. Non ci possono essere decisioni “superiori” assunte dalla politica o da chi rappresenta (o dovrebbe rappresentare) i lavoratori. A maggior ragione, con la riforma della previdenza complementare, avviata dall’inizio del mese di luglio – che estende e rafforza la destinazione quasi in forma “obbligatoria” del Tfr nel sistema dei fondi pensione – il tema si è fatto urgente. Con argomentazioni diverse, meno inclini allo sviluppo del mercato della previdenza complementare, anche Roberto Pizzuti ha voluto introdurre qualche dubbio sull’automatico conferimento del Tfr al sistema previdenziale.
Leonardi ha citato giustamente un’analisi rigorosa condotta da Federico Fubini, sulle opacità che gravano sul sistema della previdenza e non solo di quella complementare: “Circa 400 miliardi di risparmio previdenziale sono affidati a un sistema frammentato, costoso scarsamente trasparente e non sempre capace di produrre rendimenti adeguati”. Un motivo in più, non l’unico, per avere il coraggio di una discontinuità che potrebbe liberare risorse nuove nella disponibilità dei lavoratori.
Come scrive Leonardi: “Un sistema a ripartizione non vive dei montanti futuri ma dei lavoratori presenti”. E per trattenere i giovani lavoratori in Italia, per non farli sensibili alle sirene dei mercati del lavoro di altri Paesi europei, potrebbe non essere banale l’uso di ciò che è loro: la disponibilità dell’intero salario, Tfr compreso, senza che una parte cospicua venga differita per essere destinata alla previdenza complementare, senza una libera e autonoma decisione degli interessati. Dal canto mio continuo a ripetere con convinzione che il lavoratore ha tutti i motivi per sostenere: “Il Tfr è mio e me lo gestisco io”.
Fonte: Affari Italiani