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Il salvadanaio previdenziale per giovani e giovanissimi è buona idea ma va realizzata

Elsa Fornero, anche per difendere la sua dolorosa ma inevitabile riforma previdenziale, ricordava spesso quello che talvolta viene dimenticato: la pensione dipende dall’occupazione, “il migliore completamento della riforma previdenziale riguarda il mondo del lavoro”. Ci si scorda troppo frequentemente che le buone pensioni dipendono da buoni redditi da lavoro: se questi ultimi sono modesti e discontinui, difficilmente si ottengono pensioni adeguate a garantire tranquillità finanziaria nell’età anziana. Se poi i lavoratori sono sempre di meno, anche a causa della crisi demografica, tutto diventa più difficile in un sistema a ripartizione, dove la pensione di oggi viene pagata con i contributi di oggi.

Non amo il “benaltrismo”, ma di fronte al dibattito estivo sul “salvadanaio previdenziale” per i neonati, credo che non ci si possa dimenticare di questi due fattori: il tema del lavoro (dei salari, della discontinuità, del sommerso o nero addirittura) che deve produrre contribuzione per la pensione; e l’inverno demografico, che vede crollare costantemente le nascite e quindi diminuire i lavoratori, all’orizzonte. E la politica dovrebbe adoperarsi attivamente su entrambi i fronti.

Intendiamoci, ha fatto benissimo il presidente dell’Inps, Gabriele Fava questa estate a lanciare l’idea di un nuovo “terzo pilastro” previdenziale. Una sorta di “salvadanaio previdenziale” destinato soprattutto ai giovani e giovanissimi, che potrebbe essere aperto molto presto e alimentato nel corso della vita. L’idea è che lo Stato possa contribuire all’avvio, mentre successivamente potrebbero aggiungersi versamenti della famiglia e della stessa persona divenuta lavoratore. Le somme verrebbero poi gestite a capitalizzazione, cioè investite con l’obiettivo di farle crescere nel lungo periodo, per ottenere alla fine una rendita o comunque una disponibilità aggiuntiva rispetto alla pensione pubblica. Il Governo, per bocca della ministra Calderone, sembra aver accolto con favore la proposta del presidente Inps. Vediamo come avverrà la messa a terra e quanto sarà coordinata con le politiche del lavoro e del contrasto alla crisi della natalità.

Il governo tedesco ha appena introdotto uno schema di risparmio previdenziale simile: a partire dai 6 anni di età, ogni giovane cittadino tedesco può contare su un contributo simbolico dello Stato di 10 euro al mese fino ai 18 anni d’età, con la possibilità di essere incrementato con versamenti dei familiari.

E’ anche di buon auspicio vedere i tanti autorevoli contributi – da Giovanni Liverani a Mario Pepe, da Sergio Corbello a Giovanni Maggi, da Ferruccio de Bortoli a Mauro Maré – che si stanno aggiungendo, spesso con “distinguo” rivolti alla definizione di chi dovrebbe essere il gestore di questo piccolo grande patrimonio: l’Inps? I fondi pensione? Le compagnie di assicurazione?

C’è un rischio: l’iniziativa potrebbe essere vista (solo) come un’occasione per uno sviluppo cospicuo del nostro mercato finanziario dal lato dell’impiego del risparmio a lungo termine. Sarebbe una manna dal cielo per i gestori dei patrimoni. Ma è questo l’obiettivo prioritario per affrontare il nodo delle pensioni per le future generazioni?

Invocare tavoli di confronto, spesso vuol dire affossare le buone idee. Ma un dibattito “istituzionale”, tra politica e stakeholder, di fronte a questa suggestione dovrebbe essere doveroso. Il tema della pensione tocca la pelle viva dei lavoratori di oggi e dei pensionati di domani. Il secondo pilastro privato è essenziale, il terzo (anche misto, pubblico-privato) utilissimo, ma sul primo abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare? Investire sulle nuove nascite e sostenere lo sviluppo del mercato del lavoro restano i primi pilastri – o le fondamenta, se preferite – delle future pensioni.

Fonte: Espansione