I costi della burocrazia sono stati stimati più volte. Forse l’ultima valutazione, in ordine di tempo, è quella fornita dalla Cgia di Mestre, che secondo i dati elaborati da The European House Ambrosetti, ritiene che il “filtro” indebito della Pubblica Amministrazione sul sistema produttivo nazionale costi circa 60 miliardi. Quasi quattro Manovre di Bilancio come quella in procinto di essere varata per il 2026. Secondo gli ultimi dati dell’Unione europea, l’impatto della burocrazia sulle imprese italiane sarebbe un po’ meno oneroso: 43 miliardi di euro all’anno, un costo che supera il 2% del Pil nazionale. Sempre decisamente troppo.
Ma la croce va davvero posta sulle spalle della burocrazia? Se è vero che al vertice della Pa c’è chi “firma” e c’è chi “ferma”, bisogna anche chiedersi chi ha il vero potere – costituzionale e amministrativo – sulla burocrazia. La risposta è semplice: la politica.
La politica produce le norme – il potere legislativo è in capo al Parlamento, ovviamente – e la politica assume il vertice di ogni amministrazione centrale (i ministri sono il vertice di ogni Dicastero, i sindaci sono il vertice di ogni Comune). Non solo: la politica ha l’onere di arruolare e selezionare la classe dirigente della Pa, a ogni livello.
Se si scrivono male le leggi, se si scelgono i responsabili delle amministrazioni pubbliche disinteressandosi del merito e della competenza (preferendo i criteri della fedeltà), se si preferisce la distrazione mediatica con l’onnipresenza sui social e davanti a ogni telecamera in transito, rispetto alla permanenza negli uffici comunali o ministeriali, beh, la questione riguarda la politica e i politici.
Fa un certo effetto, quando la già nominata Cgia di Mestre ricorda che nel 2024 l’Italia ha prodotto una mole normativa che si misura in 84 chilogrammi, se fossero stampate le 305 Gazzette Ufficiali e i 45 supplementi, per un totale di 35.140 pagine: una pila di carta alta quasi due metri. Leggerle tutte richiederebbe più di un anno di lavoro continuativo. Il fenomeno non sembra essersi attenuato nel 2025: nei primi nove mesi dell’anno sono già state pubblicate 227 Gazzette e 31 supplementi, pari a 25.888 pagine, un livello in linea con l’anno precedente.
Ma non si tratta di produzione spontanea; in natura non nascono le leggi, se non per volontà delle Camere e nella vigilanza della Presidenza della Repubblica. Ogni tanto avviene un soprassalto “semplificatorio” – talvolta si sono organizzate pire pubbliche per bruciare faldoni di carte, a rappresentare leggi, regolamenti e decreti attuativi – eppure si continua nella superfetazione normativa, con buona pace di chi si scandalizza e di chi cerca un colpevole negli uffici dei burocrati.
Sabino Cassese fa spesso notare che “a partire dai capi dei governi, si disprezza la burocrazia, alla quale si fanno risalire tutte le colpe dello Stato”. Ma quasi sempre a torto. In uno dei suoi ultimi libri, il padre dei costituzionalisti italiani rammentava quello che scriveva Francesco Saverio Nitti: “I ministri che hanno per abitudine di far cadere tutte le responsabilità sulla burocrazia dan prova della propria incapacità. Nei tempi normali un vero capo trova sempre modo di utilizzare i suoi dipendenti. E se proprio i suoi dipendenti sono incapaci, trova il modo di eliminarli”. Conclusione di Cassese che umilmente sottoscrivo: “La burocrazia italiana ha molte responsabilità, ma molte altre sono del corpo politico, sia perché i legislatori esondano, sia perché i governi lottizzano”.
Forse non è del tutto trasferibile il modello “privato” nel pubblico, ma in nessuna azienda privata verrebbe mai in mente l’idea di prendersela con i dipendenti se le cose non vanno per il verso giusto. Se gli obiettivi di un’impresa non vengono raggiunti si cambia il vertice, si cerca un nuovo capo azienda. Si parla sempre di “change management” non di “change workers”. Ci sarà un motivo.
E quando parlo dei vertici della Pa intendo il ruolo massimo della responsabilità amministrativa che di fatto coincide con il ruolo della politica. Il sindaco in un Comune, il Governatore in una Regione o il ministro in un’Amministrazione centrale della Pa hanno una responsabilità ineludibile sull’efficienza della macchina burocratica.
Se un ufficio pubblico non funziona è perché chi ne ha la responsabilità non lo sa far funzionare, non lo sa motivare, non lo sa dirigere agli obiettivi adeguati. Diffido dai politici che considerano la burocrazia un problema. Le risorse umane sono sempre risorse. Da mettere a valore, se lo si sa fare.
Fonte: Il Riformista