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“Il futuro rubato”, se il nemico della pensione di domani è la mancanza di lavoro oggi

Ogni tanto si legge che i giovani di oggi non avranno la pensione, domani. Io non ci credo, ma credo che molti decisori pubblici abbiano fatto scelte – e continuino a farne – che rischiano di farlo credere. Profezie che si autoavverano. Ingessare il mercato del lavoro, non promuovere il merito, disinteressarsi della produttività, favorire i furbetti che inseguono i “ponti” tra una festività e l’altra, o quelli che abusano di norme sacrosante che dovrebbero difendere i più deboli, e invece sottraggono risorse: tutto questo accade prima della pensione, ma influisce sul futuro di chi andrà in pensione, domani. Un futuro che rischia di essere “rubato”.

Ecco, il “futuro rubato” è il titolo che l’editore Solferino ha suggerito a una serie di riflessioni che in questi anni ho accumulato, nel mio lavoro di manager privato con una lunga e appassionata parentesi come “grand commis” di Stato, al vertice dell’Inps.

Ne è uscita una riflessione che non vuole essere un programma – non sono suggeritore di nessuno, nemmeno di mio figlio, a cui però ho dedicato questo libro, a lui come a tanti giovani che attraverso di lui ho conosciuto e che spesso lasciano l’Italia – ma un contributo a chi accetta un confronto che non sia preordinato e già scritto.

La mia generazione, quella nata fra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, è stata probabilmente l’ultima a crescere dentro il principio della continuità: si studiava per lavorare, si lavorava per migliorare la propria condizione, i figli avrebbero vissuto un po’ meglio dei padri. Poi, per la prima volta dal dopoguerra, una generazione ha cominciato a sospettare che il futuro potesse essere peggiore del presente.

Credo ancora nella libertà del mercato, anche se in Italia molto si è fatto per comprimerla, a partire dal mercato del lavoro, introducendo lacci e lacciuoli che di fatto rendono impraticabili strumenti preziosi come il tirocinio o l’apprendistato. Sono convinto, a esempio, che dovremmo chiederci con libertà se il Tfr debba essere ancora sottratto dalle buste paga dei lavoratori, come ha voluto una norma formulata dal Governo Mussolini nel 1927 e poi sostanzialmente ribadita da tutti i Governi repubblicani. Ci pensammo nell’ultimo scorcio del Governo Berlusconi, con i ministri Sacconi e Tremonti, quando ero presidente dell’Inps. Ci provò il Governo Renzi. Questa estate ho visto che Marco Leonardi ha rilanciato il tema. Speriamo che la libertà guidi il dibattito e le scelte.

Credo che si debba lavorare di più, puntare sulla produttività come unica leva capace di alzare i salari, nel rispetto di una contrattazione che deve favorire il merito, non comprimerlo.

Credo che i giovani debbano poter dare il loro contributo al Paese, senza aspettare di diventare vecchi. Credo che il Paese debba rendere a loro quel futuro che gli ha sottratto favorendo i meno giovani: il continuo armeggiare sulle presunte riforme previdenziali, a ogni legge di bilancio – oltre che introdurre una continua incertezza a chi è prossimo alla pensione – è sempre e solo rivolto a favorire un’uscita anticipata dal lavoro. E certamente questo non è un occhio dedicato alle giovani generazioni: è una favola antica e insensata quella che vorrebbe creare un turn over forzato tra vecchi e giovani. Un pensionato in più non crea un posto di lavoro in più. Dovremmo averlo imparato, nonostante l’insistenza di qualche imbonitore.

Quindi, basta riforme delle pensioni. La “riforma Fornero” basta e avanza. Il nemico della pensione di domani è la mancanza di lavoro oggi, o un lavoro poco produttivo e quindi poco pagato. Occupiamoci dei giovani, diamo loro più spazio. Azzardo anche una proposta: sull’esempio delle “quote rosa”, introduciamo nell’ordinamento – nelle liste elettorali, come nei Cda delle aziende – un obbligo di “quote giovani”. Per legge. Le quota rosa hanno contrastato il “gender gap”. Le quote giovani potrebbero aiutare a contenere l’“age gap” di cui i giovani in Italia soffrono da tempo.

Fonte: Il Mattino