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Il caso Mauro Moretti. Un’altra brutta pagina per la giustizia italiana

Un’altra brutta pagina per la giustizia in Italia. E una ancora più brutta per la politica, che di fronte alla giustizia ingiusta non sa nemmeno balbettare. Mi riferisco al “caso Moretti”. Dopo diciassette anni, Mauro Moretti è stato condannato in via definitiva a 5 anni di carcere per la tragedia del 29 giugno 2009, quando un treno merci carico di liquido infiammabile, provocò un rogo a Viareggio dove morirono 32 persone. All’epoca era amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Il cedimento dell’assile del vagone si è verificato – hanno detto i giudici nella sentenza – per un omesso controllo. E l’omesso controllo è colpa di chi ha definito un’organizzazione aziendale negligente che ha messo a rischio la vita delle persone. Un sillogismo perfetto. Ma si sa che i sillogismi sono l’anticamera dell’irrazionalità, basta porre le premesse sbagliate per giustificare qualunque cosa.

Il “caso Moretti”, in un Paese normale, avrebbe dovuto cadere come un macigno nell’agenda politica sia di chi governa, sia di chi fa opposizione: si dovrebbe porre un problema che riguarda l’amministrazione della giustizia e un conseguente problema che attiene agli investimenti stranieri in Italia

Il nodo della giustizia in Italia non si scioglie a colpi di referendum, a prescindere da chi vince e da chi perde. Si risolve solo facendo una grande riforma, che non riguarda solo la separazione delle carriere, ma la responsabilità civile dei magistrati, e il principio positivo della certezza del diritto. Bisogna sottrarre le sentenze alla discrezionalità irresponsabile, quella che non deve giustificare e non deve pagare per errori, omissioni e tentazioni populiste. C’è un populismo della giustizia che somiglia a quel populismo della politica che tanto spesso e giustamente ci indigna. Vellicare i sentimenti della piazza può avere un senso – anche se moralmente esecrabile – per chi vive di consenso e di voti; ma non ha motivo di esistere per chi deve essere solo “giudice”, terzo, separato.

La politica invece ha spento le luci. Sul “caso Moretti” ha lasciato la parola al dolore legittimo dei familiari delle vittime, senza accettare di affrontare il problema della responsabilità dei manager, problema che si porta dietro l’altra questione: gli investimenti stranieri in Italia. C’è un “costo” della giustizia che pesa sullo sviluppo del Paese. Il peso della lentezza dei giudizi, che suggerisce a chi ha capitali da investire di dirigersi altrove; e il peso di giudizi scivolosi, dove il sentimento pre-politico prevale sulla certezza del diritto. Quando è la piazza a suggerire le scelte, la giustizia esce sconfitta, sempre. E dove non c’è giustizia non c’è presente né futuro economico.

Ho avuto l’occasione e il privilegio di conoscere Mauro Moretti, un manager che ha raggiunto obiettivi aziendali di altissimo prestigio: brutto carattere, come capita spesso a chi ha carattere, impegno politico e schieramento ideologico esplicito, che lo ha reso ancora più antipatico, sia a chi era della sua parte – il manager di successo è spesso avvertito come un avversario, se non come un nemico, per chi milita nella sinistra – sia a chi era sul fronte opposto, in un Paese che non sa rinunciare all’eterno conflitto tra guelfi e ghibellini, tra destra e sinistra. Il pragmatismo manageriale di un uomo di sinistra è stato visto come tradimento dalla sinistra e dalla destra come un’usurpazione di ruoli pubblici in chi cerca di piazzare i propri “grand commis” (come se un manager potesse avere colore, oltre a quello che determina con il bilancio).

L’Italia e gli italiani scontano ancora un’ideologia contraria all’impresa e al profitto: molti ritengono ancora che i manager e gli imprenditori siano nemici della “povera gente”. E spesso le lenti dell’ideologia oscurano la verità dei fatti e le responsabilità oggettive. Ma ai magistrati spetterebbe di togliere quelle lenti e giudicare senza seguire la piazza.

Fonte: Espansione