Le ferie, il poco personale in organico, la quantità di atti amministrativi da gestire – ancora con carta e faldoni? – le possibili distrazioni…Sembra di elencare le giustificazioni di John Belushi di fronte alla mancata sposa che lo aspettò invano davanti all’altare. Manca solo l’invasione delle cavallette.
Ma in “The Blues Brothers” alla fine si rideva (e si ascoltava buona musica). Mauro Moretti e i suoi familiari non hanno molto da ridere di fronte all’ennesima follia del diritto amministrativo, e alla impunità che protegge alcuni dirigenti (e funzionari) dello Stato. In questo caso magistrati. Sì, impunità che si nasconde dietro quella coppia di aggettivi che accompagnano spesso le asimmetrie tra cittadini e Stato: ordinatorio e perentorio. Lo ha ricordato Stefano Giordano su queste colonne: i termini per valutare la richiesta-istanza di detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni carcerati, ma non pericolosi, si consumano in quindici giorni. Due settimane. Ne sono passate sei, ma nessuna risposta è stata data ai difensori di Mauro Moretti, dal 25 giugno recluso (si era costituito dopo il terzo grado di giudizio) nel carcere di Orvieto.
Qui non si tratta di eccepire – anche se lo abbiamo fatto e lo ripeteremmo – sulla congruità e sensatezza della sentenza, ma di applicare una norma dello Stato e del suo ordinamento penitenziario, e dei tempi fissati dallo Stato, ma non rispettati dai suoi dirigenti, che ben sanno distinguere se quanto prevede la norma è un termine perentorio (se scatta una sanzione, di fronte al mancato rispetto) o “semplicemente” ordinatorio.
Nella mia lunga attività di servizio al vertice di un grande ente pubblico, ebbi l’occasione di suggerire, più volte (e purtroppo inascoltato), di provvedere alla modifica di questa odiosa distinzione: ordinatorio e perentorio si distinguono solo per giustificare o meno le lentezze (colpevoli o innocenti che siano) della macchina burocratica che si vanta di non essere uguale al cittadino.
Un’indecente esibizione di asimmetria tra Stato e cittadino che ha un ampio spettro di manifestazione: le scadenze, i termini, per gli obblighi che spettano ai comuni cittadini sono sempre “perentori”. C’è sempre una multa, una sanzione da pagare. Per moltissime situazioni nelle quali il termine previsto per un atto amministrativo è invece superato, si scopre che si trattava di un termine “ordinatorio”. Insomma, messo lì per finta, per far vedere che dovremmo fare così, ma tanto anche se non lo facciamo, fa lo stesso. Tranne per chi aveva un diritto che è stato calpestato.
Con il Pnrr abbiamo fatto elenchi di riforme e riformette che avrebbero giustificato l’elargizione delle rate. Possibile che una “riformetta” come questa – l’abolizione della distinzione tra ordinatorio e perentorio: i termini quando ci sono vanno rispettati, punto – senza costi e senza oneri aggiuntivi non sia stata prevista e richiesta? Non è mai troppo tardi per la politica, che spesso dice di voler prendere di petto le ingiustizie della Giustizia e poi, nel silenzio, finisce per rendersene complice.
Fonte: Il Riformista