Ci sono magistrati che scelgono la politica e poi magari ritornano a indagare e giudicare. E ci sarebbe da discutere e da opinare su questo pendolarismo asimmetrico. Ma c’è di peggio: ce ne sono altri che diventano ascoltatissimi opinionisti nel corso del loro alto incarico, a prescindere dai risultati ottenuti. Anzi, nonostante i risultati ottenuti. Cioè c’è chi pende dalle loro labbra anche se l’esito del loro lavoro è un flop costante.
Nicola Gratteri è un campione di questo curioso squilibrio. L’ultimo caso è di due giorni fa: il Tribunale di Crotone ha condannato solo 8 dei 68 accusati dall’inchiesta avviata quattro anni fa dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Catanzaro quando a dirigerla c’era proprio lui, Gratteri. Una conferma per un track record che in qualunque azienda – e qualunque Stato dove i vertici della magistratura sono elettivi – porterebbe alla parola fallimento.
L’operazione “Black Wood” – la solita fantasiosa etichetta “Bosco Nero” – è solo una delle varie maxi-inchieste coordinate da Nicola Gratteri durante gli anni trascorsi alla guida della Dda di Catanzaro. L’indagine ruotava attorno alla gestione della centrale a biomasse di Cutro e al presunto impiego di rifiuti illeciti nella produzione di energia. Un impianto accusatorio pesantissimo, accompagnato da 31 misure cautelari per la metà degli accusati, e dall’ipotesi che dietro il sistema ci fosse l’ombra della ’ndrangheta.
La sentenza dice diversamente, e per chi si erge abitualmente come paladino dei giudici e della Giustizia, afflitta dall’invadenza della politica, c’è poco da chiosare: le sentenze sono sentenze. Poche settimane fa si era conclusa la maxi operazione “Maestrale”, avviata nel 2023 sempre da Gratteri: a Platì vennero arrestati 125 abitanti su 3.800 residenti, ma soltanto in 8 sono stati condannati e nessuno per mafia. Se il bilancio si allarga alle convergenti inchieste “Olimpo” e “Imperium” il bilancio migliora, si fa per dire: il processo a Vibo Valentia si è concluso con 102 assoluzioni su 181 imputati: il 56% degli accusati è risultato innocente.
Ma si potrebbero ricordare le meno recenti operazione “Stige” (169 arresti e 100 assoluzioni), o la “Rinascita-Scott” lanciata nel 2019 con 334 destinatari di misure cautelari (a processo circa un imputato su tre è stato assolto); la serie di inchieste avviate nel 2018 che sconvolsero la politica calabrese contro l’allora governatore Mario Oliverio, poi assolto da tutte le accuse; l’indagine “Erebo Lacinio” del 2021, con 8 persone accusate di associazione a delinquere per traffico illecito di rifiuti (poi tutte assolte, ma nel frattempo l’azienda è fallita); l’inchiesta sulla presunta gara truccata per l’elisoccorso in Calabria, finita dopo sette anni con l’assoluzione di tutti gli imputati.
Anche grazie al “gratterismo” la Calabria è diventata la prima regione italiana per indennizzi per ingiuste detenzioni: dal 2018 al 2024 lo stato ha pagato 78 milioni di euro per indennizzare i cittadini vittime di ingiusta detenzione nella regione, circa un terzo della spesa nazionale, pari a 220 milioni. Sbagliare è umano, ma perseverare?
L’altro aspetto che risulta incomprensibile è come con queste performance Gratteri sia potuto diventare Procuratore della Repubblica di Napoli e opinionista instancabile e continuo – e ascoltatissimo – su ogni questione che attiene alla Giustizia. Ha già pontificato, in tempo reale contro il pacchetto di misure annunciate dal Governo Meloni per contrastare la microcriminalità giovanile di strada, il cosiddetto “decreto anti-maranza”. Come dimenticare il suo attivismo mediatico contro il referendum sulla separazione delle carriere, che lo portò a una esuberanza discutibile: “È certo che per il “No” voteranno le persone per bene. Voteranno per il sì ovviamente gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Insomma, buoni e cattivi, detto da un giudice a un sapore più inquietante del banale manicheismo. E infatti si spiegò con una frase rivolta ai giornalisti del Foglio: “Faremo i conti con voi dopo il referendum: tireremo una rete”. Fino al ribaltamento della presunzione di innocenza, che per lui è presunzione di colpevolezza. E fino all’esibizione di una falsa intervista a Falcone, per fargli dire cose che non aveva mai pronunciato.
Per qualunque altro opinionista sarebbe la fine di una carriera. Per un magistrato ci sarebbe un’aggravante specifica, non generica. Eppure, lui resta, veleggia, si esibisce, dispone, lancia strali e confeziona giudizi inappellabili. Tranne quando li deve sottoporre ai suoi colleghi, che spesso e volentieri lo bocciano in aula, tanto quanto lo applaudono quando si esibisce all’Anm.
Strano Paese l’Italia. Non nega a nessuno un quarto d’ora di popolarità, per dirla con Andy Warhol: successe anche con un collega di Gratteri, Henry John Woodcock. Anche lui collezionatore di indagini sul filo dell’assurdo, quasi sempre fallimentari. Ma Gratteri resiste molto oltre il quarto d’ora. E resta un vate. Perché?
Fonte: Il Riformista