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La rivoluzione digitale non lasci indietro nessuno

Qualche anno fa si discuteva spesso di “digital divide”, per rappresentare i problemi – generazionali e culturali – di chi si trova per scelta o per necessità a confrontarsi con strumenti digitali, senza avere un’adeguata alfabetizzazione. L’argomento sembra ormai scomparso dall’orizzonte del dibattito. Non perché il “divide” sia stato colmato, ma semplicemente perché non si pone più attenzione a chi ne è – e ne è stato – vittima.

La trasformazione digitale è un’onda senza alternative e non si può certo pensare di ergere argini, ma per paradosso sta rigenerando il ruolo degli intermediari, invece che atrofizzarlo, se non cancellarlo del tutto.

La lente della digitalizzazione sul mondo del welfare può diventare un caso di scuola. Negli anni in cui sono stato al vertice dell’Inps abbiamo dato un’accelerata fondamentale ai processi di digitalizzazione dell’Istituto, peraltro già all’avanguardia, e non solo tra le Pubbliche Amministrazioni, anche grazie all’operazione pionieristica condotta negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso da Gianni Billia. Aveva compreso che l’informatica poteva cambiare radicalmente la Pubblica Amministrazione nel prestare servizio ai cittadini e nel riconoscere i loro diritti con la celerità occorrente alle persone, alle famiglie e alle imprese.

Quando fui presidente dell’Inps abbiamo reso disponibile per la prima volta il conto previdenziale degli italiani: come avevamo imparato a controllare il conto corrente bancario con l’home banking, così riuscimmo a introdurre una buona abitudine, quella di poter verificare lo stato della propria posizione contributiva. Conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi. Vale per lo Stato, vale per i cittadini. E la digitalizzazione consentiva questo inizio di trasparenza. L’Inps diventava una casa di vetro.

Sempre grazie alla digitalizzazione, insieme al ministero della Funzione Pubblica, facemmo la grande rivoluzione dei certificati medici online: ancora una volta la trasparenza e la velocità vincevano sull’opacità e la lentezza, il diritto e i doveri prevalevano sui ritardi e i privilegi dei soliti furbetti. Potrei fare altri esempi: la gestione delle collaboratrici domestiche, diventata una prassi semplice per il datore di lavoro e dignitosa per i lavoratori; così come il contrasto ai falsi invalidi.

Purtroppo, anche di recente, la tecnologia è stata invece “silenziata” – come per le mancate verifiche sul reddito di cittadinanza, che tanto sono costate allo Stato e quindi ai cittadini virtuosi – oppure resa uno strumento di interposizione tra il cittadino e l’Amministrazione Pubblica. In questi casi si torna a offrire lo spazio all’intermediazione, onerosa per la Pa, così come per i suoi utenti, introducendo sistema complessi (dagli obblighi di identità digitale agli strumenti come lo Spid, diventati a pagamento) che deresponsabilizzazione la Pa, con la scusa di non fare più la fila allo sportello.

Le infrastrutture digitali, così come l’inevitabile connessione di rete – senza la quale la digitalizzazione è una promessa fallace –  non possono restare privilegio esclusivo delle aree urbane, ma devono poter favorire le aree periferiche del Paese, così come le persone più “marginali” o marginalizzate.

La trasformazione digitale o è uno strumento di trasparenza, di facilitazione e di democrazia, oppure favorisce i suoi contrari. Soprattutto quando si applica ai servizi per la persona e agli strumenti di protezione sociale. Il welfare ha bisogno di digitalizzazione? Certamente sì, ma ha bisogno di una rivoluzione tecnologica “dolce” che non lasci indietro nessuno, soprattutto quelle persone fragili – anziani o soggetti soli e in difficoltà – che più hanno bisogno del welfare totalmente pubblico o integrativo che sia.

Fonte: Orizzonti – ENI