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«Investire sui giovani e aiutare chi fa figli per salvare le pensioni»

Si intitola «II futuro rubato», saggio di Antonio Mastrapasqua, manager e commercialista, già numero uno dell’INPS. II volume è stato presentato ieri, a Palazzo Wedekind, a Roma, con un parterre di eccezione: da Renato Brunetta a Sabino Cassese, da Gabriele Fava ad Antonio Polito. Mastrapasqua affronta con il Tempo i contenuti del suo libro.

Nel Suo libro sostiene che il futuro delle pensioni dipenda innanzitutto dal lavoro dei giovani. Perché il problema previdenziale italiano è primariamente una questione generazionale?

«Negli anni c’è sempre stato un malinteso: quando parliamo di pensioni finiamo per focalizzarci solo sui pensionati o su chi sta per andare in pensione. Dimentichiamo però che il nostro sistema funziona a ripartizione: le pensioni di oggi sono pagate da chi lavora oggi. Pensare al sistema previdenziale senza guardare ai lavoratori di oggi e di domani è una visione miope. A questo si somma un dato oggettivo: l’inverno demografico. Quest’anno sono nati appena 350.000 bambini, il dato più basso di sempre, a fronte di quasi 690.000 decessi. Manca una popolazione pari a una città come Brescia ogni anno. Di questo passo, nel 2050 avremo 5 milioni di persone in meno . Con una popolazione che invecchia e meno nascite, si rischia il rapporto uno ad uno tra lavoratori e pensionati. II sistema non può reggere affidandosi solo alla fiscalità generale; servono politiche del Paese volte a investire sui giovani, garantendo lavoro stabile, retribuzioni adeguate e condizioni che favoriscano la natalità».

A proposito di demografia, lei propone la misura di una «super pensione» per chi fa figli. Un intervento previdenziale può davvero incidere su scelte così intime e complesse?

«Non ho mai pensato che esista un’unica soluzione per un problema cosi complesso. Tuttavia, un impegno solenne da parte dello Stato possa fare la differenza. Sapere che mettere al mondo un figlio – oltre agli aiuti strutturali come asili nido e servizi – garantisce anche un riconoscimento previdenziale futuro, premia i genitori per aver cresciuto i futuri contribuenti. È patto generazionale forte che dà dignità a chi investe nel futuro del Paese».

I giovani d’oggi sembrano convinti che il futuro sarà peggiore del presente. Quanto incide questa sfiducia sulla crisi demografica?

«Incide moltissimo. Negli anni ’50 e ’60 c’era la certezza che il domani sarebbe stato migliore. Oggi abbiamo tutti i record di beni materiali, ma ci manca la fiducia. Quando prevale la sensazione che chi viene al mondo starà peggio di chi lo lascia, diminuisce la propensione a scommettere sul futuro. E fare un figlio è la scommessa più bella che si possa fare».

Qual è il meccanismo più insidioso che impedisce ai giovani di avanzare nel mondo del lavoro?

«Abbiamo costruito un sistema che nei decenni ha premiato i garantiti e l’esistente. I centinaia di migliaia di giovani che emigrano non cercano all’estero le iper-tutela italiane; cercano opportunità, meritocrazia, possibilità di fare carriera e guadagnare adeguatamente. Chi resta spesso si adegua alla logica dell’assistenzialismo, mentre chi cerca dinamismo se ne va. Dobbiamo azzerare questa stasi e rendere il sistema competitivo».

In materia di burocrazia, se avesse un “tasto magico”, quale collo di bottiglia eliminerebbe per primo?

«Renderei perentori tutti i termini ordinatori per la Pubblica Amministrazione. Oggi c’è un’asimmetria ingiusta: se il cittadino ritarda un adempimento viene sanzionato, mentre se lo Stato ritarda una risposta non succede nulla. Parificare i doveri della PA a quelli del cittadino velocizzerebbe enormemente autorizzazioni, licenze e sentenze, riequilibrando il rapporto tra Stato e cittadini».

Nel libro lei lancia un’altra proposta forte: introduzione delle “quote giovani”. Come dovrebbero funzionare?

«In passato ero contrario alle quote rosa, ma vedendo i risultati – con la presenza femminile salita dal 6% al 40% negli organismi – mi sono ricreduto. Avendo frequentato per anni le stanze del potere, ho notato l’assenza quasi totale delle giovani generazioni. Propongo quindi di introdurre per legge le “quote giovani” nei consigli di amministrazione, nelle rappresentanze parlamentari e nei tavoli decisionali dei ministeri. Avere un trentacinquenne nei luoghi dove si decide il futuro è una riforma a costo zero che può cambiare radicalmente il Paese».

Fonte: Il Tempo

«Il futuro rubato. Pensioni, lavoro, giovani: come invertire la rotta del declino».

Disponibile nelle librerie e sulle piattaforme online: https://amoz.onl/7pZ