Qualche tempo fa si faceva ricorso alla locuzione “cantiere delle pensioni”, per indicare i lavori in corso per riformare il sistema previdenziale. Se dovessimo mantenere la metafora potremmo dire che ogni anno cambiano progettisti ed esecutori, architetti, ingegneri e maestranze. Con un simile andirivieni è facile prevedere che la costruzione finale – se mai ce ne sarà una – sarà un’opera incoerente e persino inquietante. Con buona pace di coloro che dovrebbero abitarla e che hanno comprato appartamenti sulla base di progetti che ormai non esistono più.
Sempre nella metafora edilizia si potrebbe profilare l’ipotesi di truffa, ai danni degli acquirenti, cioè dei pensionandi. Fuor di metafora pare che a nessuno interessi che le pensioni sono carne viva dei lavoratori. Sono il salvadanaio delle persone, i soldi risparmiati per un’intera vita per poter affrontare decisioni importanti. Non si dovrebbe giocare sulla pelle degli italiani. E invece lo si fa, baloccandosi con una materia complessa per natura e resa ancora meno intellegibile dai pasticci di troppi apprendisti stregoni.
Ogni volta, per giustificare le modifiche rabberciate che si approntano, si evoca l’ingiustizia dell’allungamento dell’età pensionabile. Ogni volta ci si dimentica che si tratta di un problema squisitamente attuariale, anche se la cosa può apparire indigesta: aumenta l’aspettativa di vita, quindi, gli anni per i quali lo Stato restituisce ai lavoratori il montante contributivo devono essere spostati un po’ più in là, altrimenti si finirebbe – come è accaduto purtroppo nel passato non troppo lontano – per erogare la pensione per un numero di anni superiore al numero di anni passati al lavoro, quindi con prestazioni superiori ai contributi versati.
Non si possono seguire le tracce dei cugini francesi, gli unici in Europa che si ostinano a voler tenere distinte le due fasi della vita, e non si possono riproporre i fantasmi domestici dei “baby pensionati” che ancora costano 4 miliardi all’anno alla comunità nazionale. Andare in pensione più avanti quando si vive di più è la cosa più giusta che possa esistere. E non lo dico solo perché non voglio sottrarre il mio nome a quelli che contribuirono alle modifiche doverose avvenute tra il 2010 e il 2011: dalla “riforma Sacconi-Tremonti” alla “riforma Fornero”. Lo dico per le buone ragioni che sottendono il sistema a ripartizione, che si impegna a mantenere il difficile equilibrio tra generazioni nella grande partita previdenziale. Quindi si vada pure in pensione più tardi se si campa di più, ma si rispettino equilibri, conti e certezza dei diritti acquisiti.
Il difetto della Legge di Bilancio 2026 – e del convulso rincorrersi di annunci e di smentite nei giorni precedenti al suo varo definitivo, nel silenzio assordante del Ministero del Lavoro e dell’Inps – in tema previdenziale sta proprio qui, nel voler annunciare costantemente la volontà di smantellare le ultime riforme, creando poi soltanto una grande confusione per chi si avvicina al momento della pensione. Abbiamo assistito a qualche ora di follia sul riscatto della laurea, con il rischio di veder modificati i diritti acquisiti. Poi le finestre mobili da modificare nel 2032, cioè alla fine della prossima legislatura. Della serie: a chi lascio il cerino? E poi abbiamo sentito tuonare sulla necessità di anticipare l’uscita dei lavoratori, per poi affidarsi a un complicato gioco di incrementi graduali e graduati nell’applicazione dei nuovi parametri collegati all’aspettativa di vita certificata dall’Istat e all’abolizione di alcune opportunità di uscita, come quota 103 e Opzione donna.
Quelli che volevano bastonare alla fine sono stati bastonati, con lo svantaggio per tutti di aver confuso le idee e con la pasticciata volontà di sostenere a tutti i costi la previdenza complementare. Si crede che la pensione di scorta possa decollare con una nuova stagione del silenzio-assenso e con il meccanismo del life cycle che dovrebbe adeguare automaticamente il profilo di rischio negli investimenti (salvo poi decidere che cosa fare per tutti coloro che sono entrati nei fondi pensione con profili di rischio “garantito” a bassissima rendita).
Nessuno che si ponga il problema che forse si dovrebbe riformare proprio il sistema della pensione di scorta. Se dopo 25-30 anni di previdenza complementare, gli iscritti ai fondi pensione sono un terzo dei lavoratori (e tra questi molti sono solo iscritti e non versano contributi) ci sarà una ragione? Se in Italia paghiamo il 33% di contributi obbligatori (il doppio della Germania, il triplo della Gran Bretagna) come si può immaginare che i lavoratori abbiano risorse aggiuntive per la pensione-bis? Ma dove nascono gli interrogativi seri le risposte non arrivano, anzi si cancellano le domande.
Fonte: Il Riformista