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I soldi per il lavoro ci sono ma le Regioni non li usano

Si scrive Lavoro, ma poi si legge Pensione. Si evoca il primo ma poi si finisce sempre per parlare della seconda. Il fronte della previdenza è sempre al centro delle attenzioni – e dei tavoli – tra ministri, sindacati, opinion maker. L’ennesima riforma prossima ventura, l’ape sociale, l’opzione donna, la quota 41 o 103: ormai le etichette sulle norme del pensionamento fanno aggio sui contenuti. Sembrano le barzellette codificate con un numero per evitare la noia di ripeterle, sperando comunque di produrre la risata attesa.

Da anni si insiste in un doppio grave errore: considerare la pensione un ammortizzatore sociale e pensare che gli ammortizzatori sociali (le politiche passive per il lavoro) possano risolvere i problemi del mercato del lavoro. Salvo poi strapparsi le vesti quando qualcuno rammenta che la pensione – con il sistema a ripartizione – è per definizione un drenaggio di risorse dal presente verso il passato. 

L’unico modo per costruire il futuro è aumentare il numero (e la produttività) dei futuri lavoratori. Insomma, o si investe sui giovani o si finisce per impoverirli. Miopia dei Governi e dei sindacati. Si sente evocare lo sciopero per la perequazione delle pensioni, per la riforma delle pensioni, ma mai si pensa di convocare uno sciopero per i giovani e per il loro futuro di lavoro. Al più si cerca di immaginare sgravi (fiscali e contributivi) per rendere meno onerosa l’assunzione di un giovane. E’ la logica dei bonus. Che vuol dire abbandonare la politica. E scegliere una droga al posto della vita.

Cinque mesi fa è finita la campagna elettorale. Il mese scorso è stata blindata la manovra annuale. Il tema delle pensioni ha fatto capolino spesso. Le politiche per il lavoro no. Non credo che basti invocare la parola – il sostantivo “Lavoro” – nel nome di una vecchia-nuova forza politica. Ci vuole una politica per il lavoro.

E purtroppo le politiche attive per il Lavoro (molte competenze sono state regionalizzate) non diventano nemmeno argomento delle campagne elettorali che si stanno compiendo in alcune delle maggiori regioni italiane in vista del voto del 12 e 13 febbraio. Eppure, si potrebbe dare un giudizio sulle amministrazioni regionali anche in relazione alla loro capacità di spesa delle risorse disponibili per le politiche attive per il lavoro.

E le risorse ci sono. Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno aveva detto che l’Italia non era riuscita a spendere 8 miliardi del Fondo sociale europeo. Forse la cifra può diventare persino più alta. Gli 8 miliardi non spesi riguardano i fondi europei per la programmazione 2014-2020. La nuova programmazione comunitaria 2021-2027 per le voci lavoro, istruzione, formazione e inclusione ci assegna più di 17 miliardi tra programmi nazionali e regionali. Senza contare i 29 miliardi che in tema di politiche attive per il lavoro (la formazione e l’inclusione) sono stati messi a disposizione con il Pnrr.

Al Sud diverse regioni hanno percentuali di spesa certificata tra il 50 e il 60%. E questo non conforta per il futuro. Nelle Regioni del Nord va meglio, ma comunque circa un terzo delle risorse non si riesce a spenderle nemmeno oltre il confine del Po.

I soldi sono l’ultimo dei problemi per questo tipo di attività e di programmazione. L’Europa su questa partita è generosa. Basta saper impegnare, spendere e rendicontare. Altrimenti si rischia di sprecare troppo avendo bisogno di tanto. Dalla riforma dei Centri per l’impiego al Programma Gol: non mancano i progetti, manca la capacità di realizzarli. Ci vorrebbe una riforma coraggiosa, magari sacrificando quel regionalismo che molti idolatrano e che altrettanti disprezzano a parole, salvo poi conservarne gelosamente le inefficienze e le incapacità.

Fonte: Libero Economia