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Dal Cdm ok alla bozza di Manovra. Ma se i ministri “aspettano il testo” cos’hanno approvato in Consiglio?

Le primitive forme di democrazia hanno coinciso con la necessità di dare regole ai “parlamenti”, nel senso più comune di assemblee, di luoghi del confronto fra diversi, rappresentanti di legittimi e contrastanti interessi. L’Assemblea di condominio è una delle più banali, se volete, riunioni in cui una comunità deve assumere decisioni univoche, mediando tra esigenze spesso divergenti. Ci sono codici, norme, regole che “governano” la riunione, che dovrebbero andare ben oltre la rissosità dei partecipanti.

Lo stesso accade per i Consigli di amministrazione di qualsivoglia impresa. In questi casi si è evoluta una più raffinata organizzazione normativa – gli anglicismi diventano quasi un obbligo: la corporate governance – che trasforma la tentazione della rissa in più ovattati ed efficienti confronti per il bene superiore dell’impresa.

Ma c’è una sorta di consiglio dei consigli, un’assemblea delle assemblee che li supera tutti: il Consiglio dei Ministri, l’organo dell’Esecutivo pro tempore, chiamato ad assumere le decisioni più influenti per la vita di tutti i cittadini, non solo per quelli che vivono nello stesso condominio, e non solo per quelli che partecipano di una stessa impresa.

È lecito aspettarsi una liturgia “superiore”? Direi di sì. Il rito deve commisurarsi a ciò che celebra. Negli anni – non lontanissimi – in cui ho avuto la ventura di avere un alto ruolo istituzionale, mi è capitato di assistere ai cosiddetti pre-consigli, convocati e diretti dallo zelo cortese e implacabile di Gianni Letta, nel suo ruolo di Sottosegretario di Stato. I capi di gabinetto dei diversi ministeri, con i relativi capi degli uffici legislativi erano chiamati a verificare, confrontare, correggere, perfezionare i documenti che sarebbero “entrati” nella riunione del Consiglio dei Ministri. L’obiettivo era ambizioso ed essenziale: fare in modo che le decisioni assunte dall’organismo di Governo fossero sicure, con margini di incertezza il più vicino possibile allo zero, pur lasciando, ovviamente, ogni spazio al confronto finale tra Ministri. Ma sulla base di testi univoci, che una volta votati coincidevano con la volontà politica espressa dall’Esecutivo.

Da anni ci siamo abituati a veder “sfarinate” molte di quelle certezze che guidavano le riunioni del Consiglio dei Ministri. Ci fu una ventata “pop”, comprensibile forse, dopo anni di giacca e cravatta – oddio, anche le forme dell’abbigliamento hanno il loro perché, diventano quasi figura dell’atteggiamento istituzionale: oggi la cravatta è richiesta solo al Senato, alla Camera basta una giacca; e sotto la giacca? Anche niente o quasi – ci fu la stagione delle “slide”. I testi in “entrata” non esistevano più, c’erano delle intenzioni, dei riassunti, degli obiettivi di massima indicati. Ogni atto “disruptive” (alla latina potremmo dire una “pars destruens”) si giustifica per interrompere formalismi non più condivisi, ma poi c’è bisogno, sempre, di una nuova istituzionalizzazione (“pars costruens”). Le incertezze non fanno Istituzione.

Da anni, così come in questi giorni, accade che il Consiglio dei Ministri dichiara di aver approvato una bozza di “Legge di Bilancio” (la legge delle leggi, almeno per quanto riguarda la vita dell’anno successivo) e poi singoli ministri dichiarano di non essere d’accordo su quella o su questa parte, che i cittadini avevano sentito dire che fossero elementi integranti della decisione assunta dal Consiglio dei Ministri. Fuor di metafora, per fare due esempi: il contributo delle banche e la tassazione degli affitti sono stati indicati come parti della manovra, anche nel corso della conferenza stampa di presentazione della bozza “approvata” (approvata?) dal Consiglio dei Ministri. Poi accade che il massimo tenutario dei conti, il responsabile del Mef, per abbassare i toni di una possibile polemica, suggerisca di aspettare il testo. Ma allora che cosa è stato approvato durante il Consiglio? E la Ragioneria generale dello Stato che cosa ha “bollinato” per assicurare che entrate e uscite (tasse e spese) possano portare al rigoroso pareggio (o alla dichiarazione di un debito che in questa manovra è indicato inferiore al miliardo di euro)?

La stampa si è abituata e conformata a ricevere – nelle reboanti conferenze stampa di presentazione della manovra di bilancio, e in altre circostanze – delle dichiarazioni di principio e poco più. E si accontenta. E chi raggiunge le “bozze” dei testi in entrata si rende conto che le “xxx” sono più frequenti delle altre parole.

Non sono scandalose le diverse visioni e le diverse richieste – un Governo di coalizione è fatto così – è meno comprensibile il processo che guida il confronto e che presume le decisioni. L’assemblea di condominio o il Consiglio di amministrazione di una qualunque azienda non potrebbe procedere così.

Fonte: Il Riformista